Una pianta? Non si puo' brevettare! E cosi Big Pharma non ci puo' lucrare

(Milano)ore 19:02:00 del 13/03/2019 - Categoria: , Denunce, Scienze

Una pianta? Non si puo' brevettare! E cosi Big Pharma non ci puo' lucrare
Il grande inganno della medicina ufficiale contro le piante curative …Una pianta non si può “brevettare” e così Big Pharma non ci può lucrare…!

Il grande inganno della medicina ufficiale contro le piante curative

Il sistema dominante della medicina occidentale si basa su due capisaldi: ricerca e brevetto. La ricerca è sempre meno in mano alle Università e sempre più gestita da un manipolo di grandi industrie transnazionali, le cosiddette big pharma. Il brevetto è ciò che consente di fare profitto alle industrie del farmaco riservando loro l’esclusiva sulla commercializzazione di determinati principi attivi. A vigilare sul processo sono degli enti pubblici che in realtà sempre meno pubblici: quello europeo si chiama EMA (European Medicines Agency) ed il suo bilancio è finanziato all’80% dalle stesse aziende del farmaco. Una situazione che ne compromette l’indipendenza, come evidenziato anche dal Parlamento Europeo che nel 2014 ha approvato un documento in cui chiede che l’EMA sia ristrutturata e resa indipendente dalle big pharma.

Lo scorso anno le 10 aziende farmaceutiche più grandi del mondo hanno fatturato complessivamente 305 miliardi di dollari. Una somma che equivale al Pil di un medio stato europeo, tipo la Danimarca o la Svizzera. Proventi enormi basati anche sull’attività di lobby verso gli enti del farmaco nazionali e sovranazionali, come l’EMA o l’OMS (Organizzazione mondiale della sanità). Queste attività di pressione non hanno come unico fine quello di vedersi approvare determinati farmaci da immettere sul mercato, ma anche quello di impedire che le persone possano curarsi da sole, traendo le proprie cure direttamente da quelle stesse piante da cui le multinazionali estraggono il principio attivo che confezionano e rivendono a caro prezzo. Se ciò fosse permesso crollerebbe il sistema che hanno costruito.

È una storia che ha le sue radici negli anni ’30. All’epoca l’industria farmaceutica scoprì le medicine sintetiche, producibili isolando principi attivi differenti, e abbandonò quelle di derivazione naturale che erano prodotte attraverso la cannabis, la coca, l’oppio, e molte altre piante. Non che le nuove medicine sintetiche funzionassero particolarmente meglio nel curare l’insonnia (per cui si usavano estratti leggeri di oppio o morfina) o il mal di denti (per il quale si usava la coca), ma permettevano profitti enormemente più elevati. Le piante non erano brevettabili, i farmaci di sintesi sì.

Di lì a poco cannabis, oppio e coca divennero illegali. Droga la cui detenzione è punita con l’arresto. E lo stesso accadde anche per quasi tutte le piante officinali, protette da normative atte a impedirne la libera coltivazione e circolazione. L’Italia fu tra i primi paesi ad adeguarsi alle nuove esigenze del capitalismo farmaceutico. Anno 1931, il decreto Regio n. 99 del 6 gennaio prescrive: «Solo l’erborista diplomato è autorizzato a coltivare e raccogliere piante officinali indigene ed esotiche e a produrne preparati industriali», lo stesso decreto vietò inoltre la «vendita al minuto» delle piante officinali. Da allora i preparati possono essere commerciati, ma non le piante.

Questo decreto è in vigore ancora oggi, a 85 anni di distanza, con poche modifiche. Alcune migliorative (per alcune piante officinali è oggi ammesso il commercio) altre peggiorative. Come la circolare che nel 1981 ha limitato ulteriormente la diffusione di oltre 50 piante officinali (anche di uso comune come l’Aloe o la Valeriana) i cui estratti e preparati galenici debbono essere sottoposti alle normative sui farmaci e venduti esclusivamente in farmacia.

Piante che per millenni sono state parte della cultura popolare e della farmacia naturale delle famiglie vengono così vietate per legge e confinate all’interno dei presidi medici. Il messaggio è chiaro: la medicina ufficiale è solo una e chi non si adegua è un ignorante che rifiuta il progresso. La cura dell’orzaiolo strofinando sulla palpebra una foglia di Sambuco finisce nell’albo impolverato dei “rimedi della nonna”. Il progresso dice che per l’orzaiolo, se in tre giorni non passa da sé, serve un ciclo di Eritrocina. Anzi, Eritrocina®. Un antibiotico da banco, 6 euro a scatola, con una pagina intera di possibili effetti collaterali che includono allucinazioni, attacchi epilettici e aritmie cardiache.

Più che dalle malattie rare o particolarmente gravi, il grosso dei ricavi delle multinazionali del farmaco viene da prodotti di questo tipo. Sintesi brevettate che servono per curare piccoli stati di disagio per i quali esistono da sempre rimedi naturali efficaci al 100%. Talmente precisi nelle conoscenze tramandate oralmente di generazione in generazione, o studiate approfonditamente da medici vissuti secoli fa, da essere confermate ogni qual volta in cui una ricerca scientifica indipendente si prenda la briga di studiarle.

È il caso della Maca, la pianta peruviana che gli Inca utilizzavano per aiutare la fertilità nell’uomo e regolare il ciclo nelle donne. Virtù confermate dalla scienza al punto che oggi la maggior parte dei medicinali di farmacia contro l’infertilità ne contiene gli estratti. O della Perilla, le cui straordinarie qualità antiallergiche sono state recentemente confermate da una ricerca dell’Università di Granada.

In alcuni casi la menzogna della medicina convenzionale si è spinta ad estremi che in nome del profitto hanno compromesso milioni di persone. Come è successo per la malaria in Africa. Il potente antibiotico che viene utilizzato per curarla si chiama Artemisinina, è prodotto dalla multinazionale farmaceutica Novartis e un singolo ciclo di cura costa tra i 20 e i 50 euro. Costi insostenibili per i sistemi sanitari pubblici dei Paesi africani, al punto che milioni di ammalati rimangono senza cure. Ma l’Artemisinina altro non è che un estratto brevettato dell’Artemisia Annua, una pianta che cresce spontaneamente in buona parte del mondo. Ebbene, ricerche indipendenti hanno mostrato come i decotti delle foglie di Artemisia Annua abbiano qualità antimalariche addirittura maggiori dell’antibiotico. Un vaso di Artemisia, dal costo di pochi centesimi, potrebbe bastare per una famiglia. Negli ultimi anni diverse Ong hanno iniziato progetti per la coltivazione e l’utilizzo dell’Artemisia Annua nei paesi dell’Africa Sub-sahariana con risultati eccellenti.Tuttavia ad oggi l’OMS continua a riconoscere solo l’antibiotico prodotto dalla Novartis come farmaco efficace e non la pianta allo stato naturale.

I capisaldi del sistema medico sono ricerca e brevetto, dicevamo. A questi due in realtà deve esserne aggiunto un terzo: la standardizzazione, cioè la tendenza propria della medicina occidentale a ritenere che le medicine naturali abbiano la dignità di farmaci veri e propri solo quando riproducibili in dosi sempre uguali tra di loro e con la stessa quantità di principi attivi. Può sembrare una ragione di buon senso, ma per i farmaci tratti dalle piante è in realtà il principio ideologico su cui si basa la proibizione. Quello che sta succedendo nel mondo della cannabis terapeutica ne è l’esempio perfetto.

La ricerca ha ormai dimostrato come la cannabis sia estremamente efficace contro una lunga serie di disturbi e malattie, dall’ansia all’insonnia, passando per l’Alzheimer e i dolori cronici. Una pianta di cannabis potrebbe bastare ad un malato per mesi. Eppure i malati non possono coltivarla, devono acquistarne le versioni commercializzate dalle aziende farmaceutiche a prezzi che superano i 20 euro al grammo. Tutto questo nel nome della necessità di avere prodotti “standardizzati”. Solo trasformando la cannabis in un vero presidio farmaceutico, dicono, si garantisce un prodotto sempre uguale, con quantità sempre uguali di Thc e Cbd in ogni infiorescenza. Peccato che la “standardizzazione” della cannabis si basi sulla misurazione degli unici due principi attivi dei quali la scienza ha capito qualcosa: Thc e Cbd, appunto. Ma la pianta allo stato naturale ne contiene almeno 110, e nessuno sa con precisione a cosa servano gli altri 108, né alcuna casa farmaceutica ne misura presenza. Ciò che è importante è solo far passare il principio che anche la cannabis, ora che sta finalmente uscendo dall’oscurantismo proibizionista, deve essere trattata come un farmaco: studiata, sintetizzata, brevettata, messa in scatola e venduta a caro prezzo. Se i malati la coltivassero da soli il sistema crollerebbe.

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Scritto da Luca

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