Ti piace Gomorra? Guarda SUBURRA! Non te ne pentirai!

(Catanzaro)ore 12:24:00 del 08/12/2017 - Categoria: , Cinema

Ti piace Gomorra? Guarda SUBURRA! Non te ne pentirai!
Che ci sia Gomorra dietro Suburra è un dato di fatto (la produzione è la stessa, Cattleya, e la cosa più vicina ad uno showrunner, cioè la produttrice artistica, pure, Gina Gardini) ma è anche un’evidenza stilistica.

Che ci sia Gomorra dietro Suburra è un dato di fatto (la produzione è la stessa, Cattleya, e la cosa più vicina ad uno showrunner, cioè la produttrice artistica, pure, Gina Gardini) ma è anche un’evidenza stilistica. Suburra è una serie più di luoghi che di persone, come lo è Gomorra; è un racconto di conquista, ricerca e mantenimento del potere in cui combattono i giovani e i vecchi; ed è anche un racconto in costume, in cui c’è tantissima realtà che viene trattata come se fosse finzione.

Il paragone è inevitabile e non gioca a favore di Suburra, specie nelle prime puntate.

Raramente infatti una serie aveva avuto un attacco così moscio e male auspicante. L’inizio di Suburra è un inferno di cattiva recitazione e pessimi momenti da fiction più che da serie tv. Autorizzati a temere il peggio si aspetta e si spera nella fine del lavoro di Michele Placido (al timone solo dei primi due episodi) e per fortuna si viene ricompensati. Il resto della stagione, altri 8 episodi, sarà il tentativo di risalire la china e mettere a posto toni e ambienti, purtroppo riuscito solo a tratti.

Ci sono infatti due Suburra: una è quella che si svolge nella politica e nel Vaticano, quella di Filippo Nigro e Claudia Gerini, il primo interno al comune di Roma, la seconda revisore dei conti in Vaticano, è tutta intrighi e sotterfugi, tentativi di aggirare il sistema, minacce e ideali da tradire o scalate da fare tramite le parole. Ed è un disastro. Non decollerà mai e farà un pessimo uso di volti noti.

La seconda è invece quella delle famiglie criminali Adami e Anacleti, è molto più vicina a Gomorra e marcia a tutto un altro passo.

Arriviamo dunque alla serie di Netflix, vero e proprio anello di congiunzione tra tutto ciò di cui abbiamo parlato fino a ora: prequel del film, Suburra - La serie vede ironicamente, ma forse non è un caso, scambiarsi di nuovo il testimone tra Sollima e Michele Placido, che ha diretto i primi due episodi, presentati in anteprima mondiale alla 74esima Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, di cui proprio Alessandro Borghi è stato il padrino. Richiamato a interpretare Numero 8, l'attore romano è uno dei volti del film che ha ripreso in mano i personaggi a cui aveva già dato vita, insieme a Giacomo Ferrara, che è di nuovo Spadino, alias Alberto Anacleti, e Adamo Dionisi, ancora l'indimenticabile Manfredi Anacleti. Il Samurai invece non ha più la faccia di Amendola, ma quella di Francesco Acquaroli, e fanno la loro comparsa diverse figure nuove, tra cui quelle centrali di Sara Monaschi (Claudia Gerini), moglie di un imprenditore che lavora in Vaticano, e Amedeo Cinaglia (Filippo Nigro), politico disilluso che si fa corrompere quando vede che la sua carriera è a un punto morto.

Diciamolo subito: il fatto di arrivare dopo le serie di Romanzo Criminale e Gomorra non è un vantaggio per Suburra, perché il contesto della malavita romana è stato già visto e perché, anche per contemporaneità, molte scene e dialoghi sono impostati come quelli dei cugini partenopei, senza però avere la stessa forza della scrittura e della messa in scena di Gomorra. Proprio i primi due episodi diretti da Placido sono quelli che mettono maggiormente alla prova lo spettatore: il regista forse è meno a suo agio con i tempi televisivi, e si vede, finendo per introdurre una lunga serie di personaggi in modo forse troppo frettoloso e scontato, con scene brevi, che non permettono di approfondire nessuna delle storyline principali. Poi però, con le puntate dirette da Andrea Molaioli, il tiro si aggiusta, si comincia a scavare nell'intimità dei personaggi e la serie decolla.

I Lannister di Ostia

Le parti con i problemi più evidenti sono quelle relative alla sfera politica e ai suoi rapporti con il Vaticano: scritte con uno stile che sembra appartenere alla fiction italiana classica, sono quelle che meno incidono e che diventano presto ripetitive. Quando invece gli interessi dell'onorevole Cinaglia si intrecciano con quelli di Samurai, e quelli di Sara Monaschi con i giovani rampolli dei clan Anacleti e Adami, sporcandosi letteralmente, sia di sangue che nel linguaggio, allora Suburra raggiunge il suo scopo: quello di entrare in un sottobosco strisciante, che si accompagna alle vite in apparenza normali della città eterna, humus di vizi e tentazioni che fanno sempre più presa sui protagonisti, ubriachi di potere fin dal primo assaggio.

Lì dove Suburra diventa una serie eccellente è quando racconta le opposte famiglie degli Anacleti, "gli zingari demmerda", come li chiamano i loro rivali, e quella degli Adami, "i cravattari de Ostia", due clan che hanno quasi l'epica delle famiglie di serie fantasy come Il trono di spade, con Numero 8 che si auto candida a Lannister del litorale romano. Nel prequel scopriamo infatti il rapporto di Aureliano con la famiglia, il padre-padrone, che lo crede incapace di gestire gli interessi di famiglia, e soprattutto la sorella Livia, una strepitosa Barbara Chichiarelli, vera rivelazione della serie, qui al suo primo ruolo davanti alle telecamere, un animale criminale, con il cervello per gli affari e la freddezza di premere il grilletto quando serve. La sua Livia è perfetta nella postura, nella dizione (che esaspera accentuando il modo diverso di parlare a Roma Sud, in cui i soldi non sono "i soldi" ma "i zsordi"), e con un solo sguardo dice tutto. Il rapporto tra i due fratelli Adami è il più interessante, insieme a quello tra Numero 8 e Spadino, che nella serie scopriamo essere inizialmente amici. Il sentimento di attrazione e repulsione tra i due dà vita a un'infinita possibilità di sottotesti, che fornisce spessore all'intero racconto.

Scritto da Gerardo

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