La prova di NBA 2K19

(Bari)ore 12:36:00 del 16/09/2018 - Categoria: , Videogames

La prova di NBA 2K19
La storia ci è piaciuta, sia per la caratterizzazione dei personaggi che per le atmosfere, che in certi frangenti essere uscite fuori da un racconto di David Foster Wallace.

 

Mai come quest’anno il mercato dei videogiochi di basket pare essere a un bivio. Dopo anni di dominio incontrastato, la serie NBA 2K sembra iniziare a perdere quello slancio che la rendeva la scelta assoluta (e in alcuni casi unica) per gli appassionati della palla a spicchi. Il competitor del titolo Visual Concepts, ovvero NBA Live, ha saputo ritagliarsi un suo spazio nel cuore dei giocatori facendo leva su tutto quello che NBA 2K non è, o non è più. Se NBA 2K è il grande titolo sportivo curato nel dettaglio, ricco di modalità ma falcidiato dalle microtransazioni, NBA Live è l’antagonista magari più grezzo ma immediato.

La scelta dei testimonial che campeggiano sulle cover dei due giochi, allora, appare adeguata come mai prima d'ora. Su quella di NBA Live 19 troviamo Joel Embiid, il guascone che si prende il lusso di corteggiare Rihanna su Twitter e che però, in campo, si è rivelato un portento. La cover della versione base di NBA 2K19, invece, è dominata dal quel fenomeno della natura di Giannīs Antetokounmpo, prodigio atteso ormai da un paio d’anni al salto definitivo. La versione Anniversary, invece, è preda di LeBron James. È proprio lui il volto perfetto per descrivere cosa sia diventato NBA 2K: un fenomeno abituato a vincere, ma i cui numeri iniziano a non fare più notizia. È con questa predisposizione d’animo che abbiamo approcciato NBA 2K19: scoprite con noi cosa ci è piaciuto e cosa no.


Considera il cestista

Partiamo dalla modalità MyPlayer, che permette di creare il proprio alter ego e portarlo al successo. Anche quest’anno, la prima parte dell’esperienza è occupata dal Preludio, che ha il compito di porre le basi della narrativa e illustrare alcune meccaniche di gioco. Questa volta non vestiremo i panni di un giovane predestinato che dal college passerà direttamente in NBA, ma di A.I., giovane cestita scartato al draft e costretto a emigrare in Cina per dimostrare il suo valore. La storia ci è piaciuta, sia per la caratterizzazione dei personaggi che per le atmosfere, che in certi frangenti essere uscite fuori da un racconto di David Foster Wallace. A.I., finalmente, è un personaggio più “umano” rispetto a quelli presentati gli scorsi anni, e la storia scivola via con piacere anche grazie alla presenza di “villain” ben definiti. Sebbene poi le cutscene siano veramente ben realizzate, la possibilità di skipparle, introdotta quest’anno, risulta comunque ben gradita. 

L'altra modalità di punta della produzione resta ovviamente Il Mio GM, che consiste nella gestione di una squadra della NBA, dai rapporti con la stampa all'organizzazione dell'allenatore e dello staff, e così via, all'interno della manifestazione. Questa modalità si può giocare anche in una versione arricchita dalla presenza di elementi narrativi, seppur ridotti rispetto all'anno scorso, con tanto di scelte da effettuare durante lo sviluppo della squadra. Tra le novità di questa edizione, che riguarda anche La Mia Lega, due a nostro parere le più importanti, una legata al Draft, che oltre a presentare un maggior numero di dettagli e statistiche per ogni giovane atleta, così da consentire una loro analisi più profonda, offre la possibilità di importare nella sessione le classi storiche del 1960, 1965, 1969, 1970, e così via, fino al blocco 1976-2017.

Questo significa che si possono ingaggiare le vecchie leggende del passato come Kareem Abdul-Jabbar, Nate "Tiny" Archibald, Jamaal Wilkes e Michael Jordan, giusto per citarne alcuni, ovviamente in giovane età. A livello di meccaniche spicca poi l'introduzione della figura del Mentore, ovverosia un giocatore veterano della squadra che il manager assegna a una matricola per aiutarlo a inserirsi meglio nel gruppo e a crescere, cambiando ed influenzando il suo stile di gioco e i caratteri distintivi. Insomma, come sempre tanta carne al fuoco e aggiunte e ritocchi che vanno ad aggiungersi a un'offerta già di per sé ricca e ben stratificata.


Anche sul parquet NBA 2K19 non stravolge le meccaniche di gioco dei capitoli precedenti, ma cerca di migliorarle. Il titolo poggia quindi sulle solide basi di gameplay costruite in questi anni, con qualche rifinitura e una serie di piccole integrazioni utili a migliorarla, come il cosiddetto Impeto, un potenziamento temporaneo legato all'archetipo dell'atleta che si sblocca eseguendo correttamente un certo numero di volte determinate azioni in partita. Una volta attivato, con la sua icona fiammeggiante garantisce un bonus alle statistiche primarie (e in certi casi secondarie), un incremento del valore dei relativi distintivi e lo sblocco di mosse speciali e tecniche in grado di esaltare la squadra. Per esempio, slasher come Giannis Antetokounmpo o LeBron James eseguono hop step o passi europei con più efficacia, oltre a sbloccare delle schiacciate con contatto che nessun altro può ottenere. Allo stesso modo, tiratori come Steph Curry vedono alzarsi ulteriormente la media punti da tre. La durata del bonus e la sua efficacia dipendono ovviamente dalle caratteristiche tecniche di un atleta: più è forte, e meglio è.

Ma non aspettatevi effetti speciali o cose dell'altro mondo alla NBA Jam: l'atleta in questo stato vive una sorta di esaltazione temporanea, una trance agonistica che moltiplica le sue forze e alcuni suoi parametri, e gli permette di ottenere il meglio dalle proprie caratteristiche principali. Impeto è un elemento importante nell'economia di gioco di NBA 2K19, però funziona senza eccessi e senza sbilanciare certi meccanismi di gioco. Ad ogni modo, altri miglioramenti li abbiamo nelle meccaniche legate ai tiri e alle palle rubate.

 

Scritto da Luca

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