IL MOTORE DELL'ITALIA? L'INVIDIA! IL PEGGIO DEL PEGGIO

(Aosta)ore 08:39:00 del 09/10/2016 - Categoria: Curiosità, Denunce

IL MOTORE DELL'ITALIA? L'INVIDIA! IL PEGGIO DEL PEGGIO
Una delle poche verità che riguarda tutto il nostro popolo, nessuno escluso e che nessuno vuole riconoscere, nessuno escluso.

Una delle poche verità che riguarda tutto il nostro popolo, nessuno escluso e che nessuno vuole riconoscere, nessuno escluso. E l'invidia di ciascuno cerca d'essere peggiore e più virulenta di quella del prossimo, nessuno escluso. E' una competizione che ha per obiettivo ... il peggio del peggio.

Purtroppo la stragrande percentuale di persone italiane non si fa mai cavoli propri, criticare, sparlare diventa un passatempo e cio' si aggira sempre sulle questioni finanziari o etiche

E' l'invidia il motore del Paese

“Sentimento spiacevole che si prova per un bene o una qualità altrui che si vorrebbero per sé, accompagnato spesso da avversione e rancore per colui che invece possiede tale bene o qualità… Non si tollera che altri abbiano doti pari o superiori, o riescano meglio nella loro attività e abbiano maggior fortuna” (Treccani). “L'invidia è una terribile fonte di infelicità per moltissima gente" asseriva il filosofo Bertrand Russell. “È un rospo velenoso” per il suo collega Arthur Schopenhauer. Ed è uno dei sette peccati capitali. Nella Divina Commedia, Dante confinava tutti gli invidiosi in purgatorio, con le palpebre oscenamente cucite da un pedagogico fil di ferro. Contrappasso atroce a troppo subdolo e sistematico parlar male del prossimo.

C’è l’invidia socio-economica, che si accentua in tempi di guasti irreversibili all’ascensore sociale: i poveri invidiano quelli leggermente più benestanti di loro e i ricchi, quelli veri, rischiano di diventare i nuovi presidenti degli Stati Uniti d’America, come Donald Trump. Oppure sbottano, com’è capitato a Flavio Briatore quest’estate: “Bisogna lasciare l'Italia, diventata patria dell'invidia sociale. Io ormai ho rinunciato a comprendere i miei connazionali. Non vi capisco più. Qui parliamo di una cultura negativa impossibile da estirpare… Bisognerebbe spiegare ai ragazzi che la ricchezza non va detestata. Io ho preso una decisione ormai vent’anni fa e non mi sono mai pentito. Potendo, dall'Italia bisogna andarsene".

C’è l’invidia più soft del consumatore, foraggiata da retoriche pubblicitarie vecchie e nuove, oggi incentrata soprattutto sulle graduali trasformazioni di feticci d’élite di massa come gli smartphone: si invidia, ma senza rancore, il primo acquirente in assoluto del nuovo iPhone7, che se l’è accaparrato dopo una notte febbrile d’attesa davanti al cancello d’ingresso del centro commerciale. E poi c’è l’invidia sempre più virulenta che scorre sui social network, versata a fiotti mefitici da moltitudini di “haters”, troll, cyberbulli, delatori e calunniatori virtuali, fake, leoni da tastiera, complottisti, dietrologi e tuttologi amatoriali, sprezzanti commentatori in servizio permanente effettivo. Nel mirino in particolare le celebrità dello spettacolo, i politici di governo, i fenomeni Instagram o YouTube del momento, le ex e le ragazze in genere, i giornalisti, gli “influencers”, i cani sciolti e chiunque raccolga troppi più like dei suddetti.

“L’invidia è il vizio che blocca l’Italia. Una vera e propria “sindrome del Palio” la cui regola principale è quella di impedire all’avversario di vincere, prima ancora di impegnarsi a vincere in prima persona. E questo non ci permette di trasformare la nostra potenza in energia – si legge nel rapporto Eurispes 2016 -. L’invidia e la gelosia, se volte in positivo, diventano il propellente indispensabile alla crescita e allo sviluppo. Di fatto, nel nostro Paese ciò non accade. Invidia e gelosia si traducono in rancore e denigrazione. Odiamo e denigriamo il nostro vicino più bravo e, invece di impegnarci per raggiungere risultati migliori e superarlo in creatività, efficienza e capacità, spendiamo le nostre migliori energie per combatterlo, per mortificarne i successi, per ostacolarne o addirittura bloccarne il cammino”.

Ma quale razionalità, o egocentrismo, o altruismo, o mero tornaconto personale o “mano invisibile” di Adam Smith: è l’invidia il motore d’Italia e del mondo. Lo sostiene anche uno studio recente sul comportamento umano dell'Universidad Carlos III di Madrid e di altri atenei spagnoli, basato su alcuni giochi diadici (a coppie variabili) e pubblicato su Science Advances. I ricercatori hanno reclutato 541 persone di diversa età, livello d’istruzione e classe sociale e le hanno sottoposte a un’infinità di “dilemmi sociali”. Il risultato finale, frutto di un algoritmo libero usato fin qui in biologia. Il 90% della popolazione può essere classificato alla stregua di quattro tipi di personalità di base (fenotipi): i pessimisti, gli ottimisti, i fiduciosi e gli invidiosi. E indovinate un po’ qual è la categoria più rappresentata? Proprio gli invidiosi, pari al 30 per cento del totale; le altre tipologie si fermano al 20, e solo il 10 per cento resta di natura fluida e molteplice. Informazioni utili anche per illuminare le dinamiche primarie che sovrintendono alla gestione delle imprese private e delle organizzazioni pubbliche, e per far evolvere il modo con cui le aziende, le banche e i… partiti interagiscono con i propri clienti (o elettori). Secondo uno degli artefici della ricerca, Yamir Moreno, “i risultati vanno contro alcune teorie molto diffuse, per esempio quella in cui si afferma che le azioni degli esseri umani siano puramente razionali”. Un altro dei ricercatori coinvolti, Anxo Sánchez, ha svelato uno dei “trucchi” adoperati nei test: “Antefatto: due persone possono cacciare cervi se sono insieme, ma se sono da soli possono cacciare soltanto conigli. La persona appartenente al gruppo degli invidiosi sceglierà la caccia ai conigli, perché così sarà quantomeno pari all’altro cacciatore, e forse anche meglio. L’ottimista opterà invece per la caccia ai cervi “perché questa è l’opzione migliore per entrambi i cacciatori”. Il pessimista sposerà la causa dei conigli per essere in tal modo sicuro di riuscire a catturare qualcosa. Il fiducioso dichiarerà guerra ai cervi, senza se e senza ma.

In un altro studio portato avanti da due docenti universitari inglesi, Andrew Oswald e Daniel Zizzo, con un gioco al computer i partecipanti hanno ricevuto somme differenti di denaro con la possibilità di intaccare i guadagni degli altri, rimanendo anonimi ma immolando parte delle proprie vincite. Ebbene, ben il 62% dei giocatori lo ha fatto, dilapidando fino a 25 centesimi per ogni euro bruciato: della serie, come perdere quattrini sicuri pur di mortificare e ridimensionare la ricchezza altrui. I non abbienti hanno colpito i più ricchi; questi ultimi si sono vendicati un po’ con tutti, per rappresaglia trasversale. “Da questo studio è emerso il lato oscuro della natura umana” hanno annotato i professori. Ma non finisce qui. Qualche anno fa ha fatto parlare di sé una ricerca condotta dall'équipe di Hidehiko Takahashi dell'Istituto nazionale di Scienze Radiologiche di Inage-ku, in Giappone. Invidiare sarebbe come sentire un catartico dolore fisico. Equivale alla bruciatura di un dito o alla slogatura di una caviglia. Il dolore degli altri suscita parecchio piacere nell’invidioso matricolato: come e più di un’intensa notte carnale o di qualche tavoletta di cioccolato. Con la risonanza magnetica, l’équipe dello scienziato giapponese ha analizzato le reazioni neuronali all’invidia e alla cosiddetta “schadenfreude", che in tedesco sta per quella letizia inconfessabile che scaturisce dalle disgrazie esterne. Stimolate a colpi di invidia, le cavie hanno fatto registrare un aumento dell'attività nella corteccia cingolata anteriore dorsale, l’area che si aziona quando ci si procura del dolore fisico. Mentre nel caso della schadenfreude si è acceso lo striato ventrale, quel circuito della ricompensa del cervello comunemente associato all'appagamento da sport, sesso e droghe. Che sballo, la sfiga degli altri.

Scritto da Luca

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