Governo: come mai NESSUNO parla di EVASIONE?

(Milano)ore 08:38:00 del 23/05/2018 - Categoria: , Denunce, Economia, Politica

Governo: come mai NESSUNO parla di EVASIONE?
Lega e 5 Stelle hanno vinto le elezioni anche grazie alle promesse sulla riduzione delle imposte. Molto meno arato è il tema di costirngere tutti a pagare quanto dovuto

I due “non vincitori” del 4 marzo, Salvini e Di Maio, hanno puntato la loro travolgente campagna elettorale sulla promessa non di chiedere, ma 
di dare qualcosa a tutti. Dare e non togliere è piacevole da dire e da sentire, anche se purtroppo difficile 
da onorare (questo però lo si scopre quando è troppo tardi...). E promettere di far pagare meno tasse è di quel principio l’ovvio corollario. Così è stato. Il programma di governo di Lega e 5Stelle, però, non si limita a questo perché gronda anche di proposte pensate per smontare molte armi di contrasto all’evasione: addio Equitalia, via lo spesometro, basta con gli studi di settore. Tanto per dire.

La semplificazione dei messaggi, specie se spruzzati di demagogia, ha questo di bello: puoi dire tutto quello che ti passa per la testa senza minimamente preoccuparti delle conseguenze. E della verità. Certo, Equitalia non è in cima alle passioni degli italiani, mi rendo conto, ma privare lo Stato di uno strumento di esazione significa almeno disporsi 
ad attrezzarne un altro (i Comuni? le Regioni?), e nell’attesa tana libera tutti. Anche gli studi di settore sono l’incubo di ogni attività imprenditoriale, e infatti era stato deciso di sostituirli con un nuovo sistema più agile e meno oppressivo. Ma a Salvini, che ha fatto l’en plein nel nord produttivo, non basta, ne vuole la totale abolizione: sia lo Stato - ripete - a incastrare 
i colpevoli e a provare le loro responsabilità. Con i tempi dell’amministrazione, è come essere certi di farla franca.



E poi c’è, appunto, la riduzione delle tasse. I 5S parlano di ridisegnare le aliquote; Salvini e B., invece, lanciano la flat tax, la tassa piatta, una sola aliquota molto più bassa delle attuali. Le imprese (e i ricconi) gongolano, le casse dello Stato piangono, i leader della destra replicano che pagare meno di prima spingerà milioni di italiani a uscire dal buio e a diventare contribuenti onesti. Non è detto. In paesi dove la pressione fiscale è perfino più alta della nostra - Francia, Svezia, Danimarca, Germania - gli evasori sono il 15 per cento, la metà che qui. A dimostrazione che pagare 
o no dipende innanzitutto dal senso civico e dagli strumenti di controllo. Ma per loro ciò che conta non è spiegare cosa si farà, ma cosa non 
si farà: non si romperanno le scatole agli evasori. Chiaro. Controprova, il progetto di condono fiscale che vede uniti nella lotta Lega e 5S. Lo Stato incasserebbe un po’ di soldi, certo, ma il messaggio sarebbe: evadete pure, tanto poi tutto s’aggiusta.

Anche i grillini non amano la lotta all’evasione fiscale: non compare nei loro programmi, non è una stella del Movimento. Piuttosto invocano di perseguire i grandi frodatori, ma è come somministrare un tranquillante perché ogni evasore è convinto che ce ne sia uno più grande e colpevole di lui. Sia loro sia i leghisti pensano poi che vada lasciato in pace chi evade “per necessità”. Ora, che ci siano imprenditori che chiuderebbero baracca e burattini se davvero pagassero le tasse fino all’ultimo centesimo, è tristemente vero. Ma d’altra parte la loro sopravvivenza 
è sulle spalle di altri che invece rispettano le leggi. E qui sta 
il problema.

Pagare tutti pagare meno non è uno slogan, è un’elementare verità. Solo allargando la platea dei contribuenti 
e riducendo l’evaso a percentuali fisiologiche si potrebbe abbassare 
la pressione fiscale senza danni collaterali. Secondo: se un imprenditore aggira il fisco pecca 
di concorrenza sleale ai danni di chi compie il suo dovere; e se un cittadino vive in nero, a pagargli scuola e sanità sono coloro che rispettano le regole. Socialmente iniquo. Insomma l’evasione fiscale finisce per scavare un fossato incolmabile tra pubblica amministrazione, contribuenti e politici chiamati a rappresentarli, incrina 
la base stessa della democrazia 
che su quell’equilibrio si fonda.

Qualche anno fa a Tommaso Padoa Schioppa, brillante economista e autorevole civil servant, scappò di esclamare che «le tasse sono una cosa bellissima e civilissima». Fu irriso e sbeffeggiato, ma voleva solo dire che è “bello” il patto fiduciario tra lo Stato e i cittadini perché, appunto, è linfa 
di ogni organizzazione democratica. Ma la nostra, ahimè, è stagione di “Popolocrazia” (Ilvo Diamanti e Marc Lazar, Laterza, pagg. 176, euro 15), l’illusione che il popolo possa, in quanto entità autonoma, sostituirsi direttamente ai tradizionali meccanismi di rappresentanza. 
Ma è un’illusione, appunto. Poi 
a un certo punto ci sveglieremo. 
Con il rischio di scoprire che dove c’era la democrazia c’è il deserto.

Da: QUI

Scritto da Carmine

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