Ecco come sarebbe l'ITALIA SENZA IL MOSTRO CHIAMATO EURO

(Torino)ore 22:05:00 del 04/06/2018 - Categoria: , Denunce, Economia

Ecco come sarebbe l'ITALIA SENZA IL MOSTRO CHIAMATO EURO
Dentro o fuori dall’Unione Europea? Ecco come sarebbe l’Italia senza euro – di Maurizio Blondet

Dentro o fuori dall’Unione Europea? Ecco come sarebbe l’Italia senza euro – di Maurizio Blondet

A tutti quelli che nei prossimi giorni vi faranno paura con lo spread, il debito pubblico, i ”ci faranno fare la fine della Grecia”, il “Ci riduciamo come l’Argentina”, vorrei poter raccontare che abbiamo qualche freccia al nostro arco.

L’Italia è uno dei 5 Paesi nel mondo con un attivo manifatturiero (industriale) di più di 100 miliardi di dollari; è il numero 2 in Europa , e il quarto nel mondo. Insomma è (ancora) un grande paese industriale, e l’84% del suo export sono prodotti industriali.

L’Argentina,come hanno spiegato Bagnai e Borghi a un non-esperto giornalista del Corriere, è un paese agricolo; che esporta granaglie, ossia materia prime grezze, dove a fare i prezzi sono i mercati internazionali.

E “una caduta dei prezzi lo metterà in difficoltà qualsiasi moneta esso adotti o per quanta moneta esso stampi.

Ciò vale per esempio per il Venezuela se il prezzo del petrolio dimezza e vale anche per l’Argentina: se il prezzo della soia crolla del 30%, come è successo nell’ultimo quinquennio: gli argentini devono tirare la cinghia e non c’entra se la moneta è il peso, l’euro o il dollaro.

Questo anche perché le materie prime hanno domanda rigida: se la soia dimezza non ingozziamo i nostri vitelli.

Anche a causa di ciò dal 2010 l’Argentina è in deficit estero, cosa che ora la costringe ad alzare i tassi per farsi prestare i soldi che non guadagna più esportando”.

Un paese industriale, invece, hanno spiegato Borghi e Bagnai, è ben diversa: perché i loro prodotti diventano più appetibili se il loro prezzo scende, e dunque, “quale valuta si adotti” (se sopravvalutata come l’euro o no) diventa rilevante.

Ad esempio, “ un «attacco speculativo» che ci costringesse a svalutare renderebbe i nostri prodotti e il nostro turismo ancora più convenienti per l’estero, aumentando il nostro surplus commerciale, cioè la nostra disponibilità di valuta pregiata, senza bisogno di alcun rialzo dei tassi”.

Per questo i famosi 150 economisti tedeschi che minacciano di buttarci fuori dall’euro, in pratica pretendendo che Draghi smetta di comprare i titoli del debito italiano, non hanno capito che si danno la zappa si piedi.

L’Italia infatti è “in avanzo primario” da quasi trent’anni. Ciò significa che, una volta pagati gli interessi sull’enorme debito, siamo in attivo.

Se i 150 tedeschi ci obbligassero alla bancarotta, staremmo a galla, anzi non pagheremmo più i quasi 80 miliardi di euro ANNUI con cui serviamo annualmente il debito.

Torneremmo immediatamente di nuovo solvibili e super-competitivi per la svalutazione monetaria, e quindi i mercati finanziari, pieni di liquidità e assetati come sono di rendimenti, farebbero la fila per comprare i BoT – e indebitarci di nuovo.

Questi economisti non sanno quel che dicono. Fra l’altro, la BCE non è “indipendente” dalle pressioni politiche dei governi?

Per questo Evans Pritchard, il miglior giornalista economico europeo, ha scritto sul Telegraph: “Gli strumenti di tortura di Juncker non servono contro la ben agguerrita insurrezione italiana” (attenzione: Juncker ha detto : “Abbiamo degli strumenti di tortura in cantina”, contro i paesi ribelli.

Lo ha detto davvero. E li abbiamo visti usare contro la Grecia) Se siete scettici, c’è Barrons, la più importante rivista finanziaria americana. Che pubblica un pezzo dal titolo: “L’Italia senza euro non sarebbe l’Argentina, né la Turchia. Sarebbe la Gran Bretagna”.

L’autore, Mattew Klein, dimostra che la moneta unica obbliga l’Italia ad una politica di bilancio troppo stretta e tirata, specie durante le recessioni (quando ci sarebbe bisogno di fare più spesa pubblica) e inoltre rende la sua politica monetaria più avara di quel che deve essere.

Il paragone con l’Inghilterra ha un senso. Non solo perché non siamo un paese emergente come il Brasile o la Turchia, ma una antica e solida economia manifatturiera come il Regno Unito, il che fa una differenza.

Klein è andato a vedersi la storia dei tassi d’interesse (pagati sul debito pubblico) di entrambi i paesi, ed ha viso che per 40 anni sono stati più o meno sovrapponibili. Con un paio di eccezioni.

Ricordate nel 1992, la speculazione sulla lira di George Soros? Che ci costrinse ad uscire dal “serpentone” europeo (ERM, European Exchange Rate Mechanism) dove tenevamo agganciata la lira al marco? Ebbene: anche la sterlina subì lo stesso attacco speculativo.

La differenza è che Londra abbandonò l’aggancio al marco (e perse la “fortuna” di entrare nell’euro), mentre da noi- governavano Ciampi e Amato – abbiamo recuperato l’aggancio, per avere quella “fortuna” (tra l’altro, il periodo di dis-aggancio, con la svalutazione conseguente, migliorò la nostra economia).

Certo, l’Italia ha una quantità di gravi problemi: l’invecchiamento demografico spaventoso, la divisione Nord-Sud, una “cultura”anti-liberista, una istruzione bassa eccetera.

Ma anche il Regno Unito ha problemi non dissimili: divisione Nord-Sud, cultura popolare anti-intellettuale, banche a mal partito. Chi va a Londra, ha una impressione di benessere e sofisticazione affascinante.

Ma, dice giustamente Klein, “togli la Grande Londra, la cui prosperità dipende in grado sgradevole dalla volontà di dare servizi a ricconi del Medio Oriente o oligarchi ex-sovietici”, e il Regno Unito è uno dei paesi più poveri dell’Occidente”.

La City di Londra, centro della finanza globale, “vale” il 25% del Pil inglese. Inoltre, bene o male, il lavoratore italiano è più produttivo di quello britannico.

La produttività di quello italiano è cresciuta poco dopo il 2007, ma è cresciuta poco anche quella del britannico. Inoltre, aggiunge Klein “il governo inglese ha aumentato le tasse e tagliato la spesa dopo le elezioni del 2010, senza che i mercati lo chiedessero” (e aggiungiamoci i costi dell’affiancamento militare alle invasioni USA).

Ebbene: nonostante ciò, i risultati economici sono stati diversi: perché il Regno Unito ha la sua sovranità economica, ha creato più posti di lavoro e più inflazione”.

Ciò è riflesso nella tabella, che indica il prodotto lordo pro-capite nei due Stati. La linea blu è l’Italia e scende. Quella arancio inglese, sale. Osservate le linee punteggiate.

Quella grigia dice come sarebbe cresciuto il prodotto lordo a testa degli italiani se avessero avuto la crescita di posti di lavoro e di ore lavorate che ha avuto l’Inghilterra; la linea punteggiata gialla mostra cosa sarebbe accaduto agli inglesi se avessero dovuto vivere nelle nostre condizioni, quelle in cui ci ha messo la moneta unica.

“Se l’Italia avesse avuto il basso costi di indebitamento di cui gode il REGNO Unito, e la stesa flessibilità dei tassi d’interesse, la sua economia sarebbe il 10 % meglio.

Per contro, se gli inglesi fossero aggravati dalla appartenenza all’euro come l’Italia, starebbero il 10% peggio di quel che stanno”: S’intende, conclude il giornalista: l’Italia ha problemi gravi inerenti da risolvere. La sua economia non è sana.

Ma se non fosse nell’euro, non diventerebbe come l’Argentina. Diventerebbe più o meno come l’Inghilterra.

Aggiungiamo che l’Italia ha, per la maggior parte del ventennio passato, avuto una bilancia dei pagamenti in attivo – in ciò molto diversa da Spagna, Portogallo e Grecia.

Inoltre, l’Italia ha migliorato i suoi “terms of trade” più della Germania, anche se la sua produttività ristagna. Cosa significa?

Significa che il prezzo relativo delle esportazioni italiane, in termini di importazioni, è più alto. Facciamo un esempio estremo.

Un paese africano che esporta solo banane, se deve comprare un Boeing per la sua compagnia aerea, avrà difficoltà a raggranellare i dollari per l’acquisto; prenderà quindi un aereo più piccolo, di epoca sovietica, malandato di terza mano.

O non avrà nemmeno una compagnia aerea nazionale. Quel paese africano ha un cattivo “terms of trade”: quante centinaia di tonnellate deve vendere per comprare un mezzo tecnicamente moderno! Migliorare i terms of trade, è una cosa buona.

Migliorarli rispetto alla Germania vuol dire che abbiamo industrie, magari piccole, di eccellenza globale, di “valore” pregiato sui mercati internazionali.

Un’altra conseguenza è questa: lo statale fancazzista pagato il 17% più del lavoratore privato, e il ragazzotto che “Non studia né lavora” e si compra la coca (MERCE D’IMPORTAZIONE) in discoteca, spendono alla fin fine i dollari che qualche altro italiano ha guadagnato lavorando sodo con le produzioni di eccellenza che, esportate, ci danno quel vantaggio di cambio: un vantaggio che il cocainomane gira alla malavita per il suo piacere personale e criminale.

In questo senso, va ritenuto non solo un idiota, ma anche un nemico della patria. Come il fancazzista pubblico (o privato).

La patria è una cosa molto concreta. Richiede una nuova austerità: quella di liberarsi dei piaceri superflui, che oggi sono sabotaggio, e mancanza di rispetto per il copmpatriota che lavora.

Ciò ci induce a parlare della “produttività” italiana, calata drammaticamente proprio mentre il paese pagava laboriosamente e con sacrifici gli interessi sul debito, migliorando persino la propria bilancia dei pagamenti e i terms of trade.

Come mai accade questo? Ci ha studiato Luigi Zingales per la Chicago University. La sua conclusione è che la produttività italiana ha smesso di migliorare da metà degli anni ’90 non tanto perché il lavoro fosse troppo regolato e protetto, e nemmeno, tutto sommato, a causa delle inefficienze del sistema pubblico.

La vera causa starebbe nella incapacità degli imprenditori di aver colto la rivoluzione delle telecomunicazioni, per ristrettezza culturale; la mancanza di criteri meritocratici nella selezione dei migliori .

”Familismo e clientelismo” sono le due cause della nostra perdita, arretratezza culturale e intellettuale di un paese che, nel suo insieme, ha smesso lo sforzo di essere migliore nel mondo. Siamo, a parte le valorose eccezioni, un popolo zombificato.

“Zombificazione” è il termine che usa per l’Italia un economista che simpatizza con la rivolta italiana, Bruno Bertez. “La banche italiane, riempite di titoli di debito pubblico (per volontà di Draghi), non fanno più il loro mestiere di aprire crediti.

E siccome l’economia non produce più salari per la austerità imposta dai tedeschi, non c’è potere d’acquisto nel sistema italiano.

Draghi ha aggravato il problema: i titoli di debito pubblico che lui ha incitato le banche italiane ad acquistare, sono titoli che (nel quantitative easing in corso) possono essere rifilati alla BCE: ciò ha permesso di mascherare la situazione detrimento del vero mestiere delle banche: finanziare le imprese, la crescita e l’occupazione.

Così, “il male italiano, a causa delle politiche imbecilli del suo establishment, dell’Europa, di Draghi, s’è installato nella zombificazione. In Italia, tutto ciò che è ufficiale, è zombi.

Le stesse strutture del paese sono intaccate dalla zombificazione”. E come non bastasse, “un patto vergognoso e infame hanno fatto le dirigenze italiane con Bruxelles, con la Merkel: noi prendiamo in carico e ci teniamo, in Italia, parcheggiate, le orde di migranti, e voi in cambio chiudete gli occhi sui nostri problemi che non abbiamo risolto”.

È esattamente il patto che hanno stretto Renzi e il Pd e le sinistre con la UE. Per Bertez il voto populista è “la reazione delle forze primarie, istintive, sotterranee – magari primarie e rettiliane, non intelligenti ma vitali – che si alzano e dicono: non vogliamo continuare ad essere zombi, vogliamo vivere.”

Fornire intelligenza a queste forze primitive vitali, sarà il compito del governo nuovo. Non domandatevi se è il caso di credergli.

Bisogna domandasi invece chi sta remando contro, perché ci vuol mantenere zombi. E quando i media chiederanno, provocatori, dove il governo troverà i soldi per mantenere le sue promesse, magari il governo risponderà: cominciamo da voi.

Da: QUI

Scritto da Carmine

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